Testimoni digitali. Dove l’accento va sul sostantivo, e non è scontato. Le novità tecnologiche che aprono nuovi spazi e modi all’informazione rischiano di far perdere valore ai contenuti e al metodo della comunicazione: che è notizia di fatti, racconto, incontro di persone che comunicano. Senza dimenticare un fine più nascosto, fondamentale: orientare, ottenere consenso. Oppure, educare. Qui sta la differenza.
E’ questo che da sempre interessa la comunicazione della Chiesa, fin dai tempi di don Bosco e don Alberione, creatori anche di grandi gruppi editoriali, fin dai primi giornali diocesani, dalla volontà della Santa Sede di avere un proprio organo di stampa, L’Osservatore Romano, che nasce nel 1861, e anche allora l’attacco da parte di un establishment politico e culturale anticristiano era fortissimo; nel 1931 apre i microfoni sul mondo Radio Vaticana, negli anni laceranti e bui del fascismo, che poco a poco toglieva voce alla Chiesa; nel 1968, anno cruciale di una presunta liberazione che scardinava tradizione e cultura del popolo cattolico, esce il primo numero di Avvenire. Una decina d’anni fa, dopo tempi timidi di scelta religiosa, i vescovi italiani osano una voce più chiara, per una presenza dichiarata sui temi forti, sui valori non negoziabili. Il convegno Parabole mediatiche, con la firma del Cardinal Ruini, segna la nascita di una televisione e una radio satellitari, che affiancano l’impegno di un Avvenire che si impone come giornale di opinione, con cui fare i conti. Schierati, senza tentennamenti, sulle questioni della bioetica, o per rilanciare l’antropologia cristiana, cuore di un’Europa immemore.
di Monica Mondo, giornalista e conduttrice di Controvento