"Più ci penso e più mi pare che il titolo del convegno sia azzeccatissimo, e che definisca in modo sintetico ma preciso il ruolo dei cristiani nel nuovo ambiente". Il commento a caldo è di Chiara Giaccardi, docente di Sociologia e antropologia dei media e coordinatrice della ricerca curata dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano che sarà presentata al convegno nazionale “Testimoni Digitali. Volti e linguaggi nell’era cross mediale” (Roma, 22-24 aprile 2010) promosso dalla Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali e organizzato dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e dal Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei. "Ascolto durante la messa del 24 gennaio scorso, giorno in cui si celebra la festa di San Francesco di Sales, i primi 4 versetti del Vangelo di Luca, che instaura una sorta di "patto parresiastico" con Teofilo, che è poi il suo ‘lettore modello’ : è possibile recuperare dalle Scritture quanto viene esplicitamente detto sull‘essere testimone" aggiunge Giaccardi avviando di fatto una riflessione interessante su "come tradurre oggi, nel nuovo ambiente, un ruolo che ha una ricchezza potenziale enorme e un valore programmatico che può essere culturalmente fondamentale perché ha che fare” con la verità: il testimone è un parresiastes, dice ciò che sa essere vero perchè lo ha conosciuto; coi sensi: il testimone ha visto, ha ascoltato, mangiato il cibo delle persone di cui racconta e respirato la stessa aria; con l‘azione: il testimone decide di non tenere per sè quello che ha visto, ma di farne lo stimolo per un‘azione comunicativa; con la relazione: il testimone condivide, crea socialità attorno alla condivisione della conoscenza di quanto accade; con la politica: il testimone può creare mobilitazione collettiva, che si interfaccia con le istituzioni e offre il suo contributo di conoscenza e interpretazione; con il tempo: il testimone è custode di ciò che ha visto e ascoltato, non lascia cadere nell‘oblio ciò che accade, difende la memoria come luogo che ci impedisce di commettere sempre gli stessi errori e non soggiace alla voracità della rete, che nella velocità e nella sovrabbondanza non gerarchizzata di novità continue rischia di deformare il nostro rapporto col tempo; con il riconoscimento: il testimone si espone col suo volto e consente a ciò che ha visto e ascoltato di uscire dall‘invisibilità, dal regime delle equivalenze e dal senso di irrilevanza; con la libertà: il testimone è guidato solo dal desiderio di testimoniare la parte di verità a cui ha avuto accesso, non è schiavo di interessi di altro tipo, ha a cuore solo il bene comune e la dignità e felicità dell‘essere umano. E poi con la giustizia, ma soprattutto con l’educazione: non si può educare oggi, quando le parole sono così logorate dal loro uso strumentale, fuori dalla testimonianza.