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Mons. Pompili, La credibilità alla base dell‘agire comunicativo del "testimone", anche digitale

“Accanto a queste condizioni di partenza c’è su tutte una qualità che occorre saper realizzare, ed è la credibilità che ciascun testimone, anche in versione digitale, deve poter assicurare per garantire la tenuta del proprio agire comunicativo – ha sostenuto il Portavoce della CEI -. Essere credibili significa saper rispondere di sé, anzitutto. La chiesa non fa testimonianza nei media (solo) perché ne possiede e gestisce alcuni. Per esserci occorre prima essere, giacché la responsabilità è una questione di ontologia prima che di etica della comunicazione. Aver cura di sé significa per ciascun animatore della cultura e della comunicazione, così come per qualsiasi professionista dei media, porre in prima istanza l’autenticità e l’affidabilità della propria vita”. Ma responsabilità è anche rispondere del contenuto della comunicazione non solo ovviamente nel senso della sua integralità [integrità? Verità?], ma anche in quello della sua comprensibilità, della sua capacità di parlare agli uomini e alle donne di oggi. “La sfida è di ampia portata. Essa ci chiama ad un linguaggio non meno razionale, ma certo meno intellettuale, meno argomentativo ed astratto, in favore di un linguaggio più simbolico e poetico che lasci emergere il legame profondo tra la fede e la vita vissuta – ha sottolineato Pompili -; lo stesso linguaggio delle parabole di Gesù insomma. Un linguaggio capace, cioè, di risvegliare i sensi, di riaccendere le domande sulla vita, di mostrare un Dio dal volto umano, di proporre la fede in modo non esterno alle battaglie e alle speranze degli uomini”. (vi.gri)


Ultimo aggiornamento di questa pagina: 24-APR-10
 

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