Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell'era crossmediale. Roma, dal 22 al 24 aprile 2010. vai al contenuto
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9. Premesse per un umanesimo digitale 
I risultati dell’analisi portano a ritenere, seppure con qualche cautela, che emergano fondamentamente buone notizie dal continente digitale.
In particolare, abbiamo potuto constatare come elementi positivi:
Una netta continuità tra dimensione offline e online della relazione: non si costruiscono mondi paralleli, in rapporto problematico tra loro (surrogato, sostituzione), ma esiste un unico spazio “reale” di esperienza, diversamente articolato, e unificato dalle pratiche e dalle relazioni. In generale, la ricerca ha consentito di superare una serie di tradizionali dicotomie (oltre a offline/online, anche pubblico/privato, individuale/collettivo), a favore di una individualità relazionale: l’individuo non è assolutizzato, nè assorbito nel gruppo, ma costituisce relazionalmente la propria identità, attraverso una gestione misurata delle proprie tracce identitarie, nella relazione con gli altri. La centralità della relazione è evidente anche nelle dinamiche del riconoscimento e nel ruolo della fiducia come chiave di accesso alle cerchie sociali. Detto in altri termini, non è l’ambiente tecnologico che determina i modi delle le relazioni, ma è la relazione che dà forma all’ambiente, unificando spazi diversi in un unico mondo relazionale.
Una sensibilità al contesto da parte dei giovani, sia come ambiente relazionale (in cui evitare l’eccesso individuale e il conflitto) che come spazio comune (da mantenere animato, anche attraverso una comunicazione semplicemente fatica), che si traduce in comportamenti orientati all’armonia piuttosto che al narcisismo, e nella definizione implicita di un’etichetta dell’abitare gli spazi digitali.
Una capacità di far durare le relazioni, di stabilizzare i luoghi comuni dell’incontro, di custodire le memorie e aprirsi alle potenzialità del futuro, diversamente da quanto le analisi sull’assolutizzazione del presente hanno affermato negli ultimi anni.
Una capacità di stare-con, di condividere, di accompagnarsi a vicenda sia nei momenti di passaggio, sia nella quotidianità.
Una capacità di far prevalere la parola fàtica su quella strumentale, valorizzando la tessitura di uno spazio comune e creando le condizioni di possibilità di una gratuità.
Una capacità di parlare di sé con fiducia, costruendo, dal basso, uno spazio in cui la dimensione personale viene messa in comune.
Il riconoscimento che non si è autosufficienti, che si ha bisogno degli altri. La verità di se stessi è in qualche modo anche “ricevuta” dagli altri.
Alcuni di questi elementi presentano delle ambivalenze e dei rischi, che possono essere così riassunti:
Il rischio che la ricerca dell’armonia e il rifiuto del conflitto producano forme di banalizzazione (non si parla di argomenti importanti perché controversi) o di omologazione (non si esprimono posizioni dissonanti rispetto a quelle del gruppo).
Il rischio che anche espressione dell’intimità passi attraverso modelli “allineati” al gruppo, o si esprima prevalentemente in forma indiretta e mediata (aderendo a gruppi, utilizzando citazioni).
Il rischio che il prevalere di una parola puramente fatica impoverisca il luogo comune dello scambio e alla fine renda impossibile l’incontro, al di à dell’essere-con.
Il rischio che le cerchie si costruiscano sulla base della similitudine e dell’affinità (philìa), lasciando fuori tutto ciò che è “altro” (per età, autorevolezza, diversità di storie e vedute; alterità rispetto alla dimensione dell’intimo; alterità rispetto alla dimensione dell’immanenza). Senza un’apertura all’alterità difficilmente può esserci incontro e comunicazione.
Il rischio che il non voler “emergere” porti a inibire la responsabilità, la parresìa (il dire ciò che si ritiene vero e giusto, anche se scomodo), la testimonianza.
Il rischio di non riuscire ad articolare la dimensione del proprio con quella del pubblico, in vista della partecipazione a una società civile digitale.
Sulla base della consapevolezza dei rischi, ma anche delle opportunità emerse, appare comunque praticabile la possibilità di passare dalla philia, l’affinità, la buona disposizione verso chi ci somiglia, all’agape (la disponibilità verso l’altro visto come fratello, caratterizzata dal dono e dall’eccedenza), per umanizzare la rete attraverso la fratellanza:
“Destinatari del’amore di Dio, gli uomini sono costituiti soggetti di carità, chiamati a farsi essi stessi strumenti della grazia, per effondere la carità di Dio e per tessere reti di carità” (CV 5).
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