La cultura contemporanea è ossessionata dall’identità, e ogni ossessione rivela, in realtà, un’insicurezza. Delle due dimensioni dell’identità (l’individuazione: sentirsi unici, e l’integrazione: sentirsi parte) la nostra cultura privilegia la prima, mentre i vari fondamentalismi (quelli religiosi, ma anche quelli laici) la seconda. In entrambi i casi sono evidenti le derive: scindere queste due dimensioni anziché integrarle, e sacrificare una delle due a beneficio esclusivo dell’altra; fondarle su un piano esclusivamente immanente (la terra, il sangue, il colore della pelle, dei valori spesso intesi come muri divisori e feticci di cui non si sa poi nemmeno rendere ragione) oppure su una trascendenza radicale e strumentalizzata a fini politici.
La questione dell’identità, per non produrre derive patologiche, va coniugata imprescindibilmente con quella dell’alterità, sia orizzontale (gli altri che mi costituiscono, che mi hanno lasciato delle tracce, che hanno fatto sì che io sia quello che sono) sia verticale (l’Altro che mi ama, il Dio Padre nel cui amore siamo fratelli).
Come cristiani nel continente digitale, dobbiamo ridefinire la questione dell’identità non come contrapposta, e quindi monolitica, piena, ottusa e difensiva, ma come intrinsecamente costituita dall’alterità e quindi aperta, accogliente, relazionale e dialogica. Il modello dell’identità ci è offerto dalla Trinità, che costituisce il nostro paradigma relazionale: unità nella diversità, unità dinamica in relazione e comunicazione.
La coscienza che l’alterità è costitutiva dell’identità è il contributo preziosissimo che i cristiani possono portare in un mondo segnato da sterili e ideologiche contrapposizioni, scontri di civiltà che sono in realtà scontri di inciviltà, fondamentalismi (religiosi e laici) disumanizzanti. Un contributo ad alimentare quella fraternità senza la quale la libertà diventa violenza e l’uguaglianza totalitarismo.
L’apertura all’alterità è sia orizzontale, e fonda la fraternità, che verticale, e fonda la fede in Dio Padre. Come scrive De Certeau: “Mai senza l’altro” (
www.anobii.com/testimonidigit/books).
E non è un caso che in un mondo segnato dall’ossessione dell’identità e dal rifiuto dell’alterità anche Dio sia visto come una minaccia per la libertà dell’essere umano.
Come promuovere una costruzione relazionale dell’identità, che sia insieme consapevolezza di sé, fedeltà alla propria storia e apertura all’altro (con la “a” minuscola, e anche con quella maiuscola) è una delle sfide che il testimone, oggi, non può non raccogliere.
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*Docente di Sociologia e antropologia dei media e coordinatrice della ricerca curata dall’Università Cattolica del Sacro Cuore i Milano