Il futuro dell’informazione è indubbiamente sulla Rete e dunque è importante definire una politica rispettosa del “bene comune” nella gestione delle notizie. “
Un elemento di disturbo, in questo contesto - come scrive
Giancarlo Livraghi, uno dei “padri” della comunicazione in Italia –
è Internet. Prima temuta, poi ambiguamente lodata, comunque mal capita, la rete rimane fastidiosa agli occhi di chi è abituato ad avere il controllo ed è irritato, se non preoccupato, da uno strumento che non riesce a ingabbiare”.
La questione che intendo sottoporre ai lettori di questo blog non è tanto se domani continueranno ad esserci i giornali cartacei, quanto piuttosto in che modo verrà condotta la transizione da un sistema all’altro. Questo passaggio ha una valenza epocale e sta già realizzandosi, anche se sulla piazza massmediale vi sono numerosissime correnti di pensiero che dicono tutto e il contrario di tutto. Qualcuno, ad esempio, vorrebbe trasferire on line il business editoriale della carta stampata, mettendo le notizie a pagamento. Altri invece, ed io sono tra questi, parlano in termini più generali di un ampio processo di integrazione dei vari media attraverso Internet. A significare che non può esistere un’unica strada e un’unica soluzione, ma che comunque l’indirizzo impresso dal digitale è irreversibile, anche per l’editoria missionaria. Ora, siccome non abbiamo la sfera di cristallo tra le mani, dovremmo sforzarci d’essere perlomeno realisti rispetto ad un areopago internettiano che mette profondamente in discussione le certezze e i paradigmi del passato. Allora piuttosto che domandarci se le “news” on line dovrebbero essere gratuite o a pagamento, proviamo a domandarci quale tipo di “news” potrebbe ottenere un beneficio dall’essere pubblicato gratuitamente e quale invece potrebbe essere venduto a pagamento. A differenza di certi editori dell’epoca predigitale – che sono tra parentesi quelli che oggi vanno ancora per la maggiore – sono convinto che i contenuti più popolari e di interesse generale sono esattamente ciò che deve essere pubblicato gratuitamente, perché attirano traffico moltiplicando gli accessi, costruiscono il boccone prelibato dell’utenza e di conseguenza consentono di fare pubblicità. Inoltre, l’abbondanza delle fonti giornalistiche on line è smisurato per cui i prezzi dei prodotti è inevitabilmente più basso. Questo però non significa che il World Wide Web fatturi poco; semmai è vero che ha numeri assoluti più piccoli ma tassi di crescita elevati con margini di tutto rispetto.
La domanda pertanto che pongo agli addetti ai lavori – gli editori, intendo – è semplice e diretta: preferireste investire in un business di medie dimensioni che sta crescendo o in un business consolidato ma in fase calante? La chiave di volta in questo nostro ragionamento non consiste allora nel prendere i contenuti più popolari e renderli disponibili solo a pagamento. Dovremmo piuttosto immaginare delle fasce di utenza più contenute, in cui l’interesse per un argomento sia più profondo e intenso e per il quale le persone potrebbero essere disposte a spendere soldi, per esempio certi approfondimenti su temi specifici o legati ad un determinato contesto territoriale. Detto questo, dobbiamo comunque stare attenti perché, come recita un vecchio proverbio, “non si possono fare i conti senza l’oste” a significare che molto probabilmente, in un futuro non lontano (forse già oggi?!), a dettare le regole del gioco non saranno tanto i pubblicitari o gli editori (come nell’epoca predigitale), quanto piuttosto le compagni telefoniche che detengono la proprietà della rete satellitare o in fibra ottica. E saranno proprio questi signori a decidere quali saranno gli standard di democrazia on line monitorando e vigilando sul flusso degli accessi alla Rete; soprattutto se la politica istituzionale continuerà a tergiversare su questi temi. Vorrei concludere con un pensiero rivolto ai miei colleghi giornalisti i quali dovrebbero sperimentare una vera e propria conversione di mentalità rispetto al passato. Infatti coloro che hanno 20-25 anni di professione alle spalle – ovvero il 90% di chi ha un contratto giornalistico – vivono come fosse una sorta di punizione il passaggio alla redazione on line, quando invece significa stare in plancia di comando sul proprio bastimento editoriale nell’Oceano di Internet. [Si veda sul tema anche
"(Giornalista) una professione tra parentesi" di Manlio Cammarata]. Qui, nolente o volente, s’impone un salto di mentalità! Certamente anche il giornalismo missionario non può tirarsi fuori dalla mischia, non foss’altro perché quello digitale costa molto meno di quello cartaceo. Inoltre per diffondere “la voce di chi non ha voce” ci sono altre vie di finanziamento sulla Rete che andrebbero esplorate. Ma questa è un’altra storia…
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*Direttore di Popoli e Missione